Scopri le impronte italiane a Sofia (Bulgaria): edifici, monumenti e storie di scultori, architetti, imprenditori, principesse e di un futuro Papa
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Nei decenni successivi alla Liberazione della Bulgaria (1878) e alla proclamazione di Sofia a capitale (1879), la città diventa la casa di numerosi stranieri che vi lavorano, sviluppano attività imprenditoriali, creano arte e diffondono la cultura dei loro paesi d’origine. Alcuni di loro vi rimangono a lungo, mentre altri fino alla fine della loro vita. Molti offrono anche un notevole contributo alla costruzione della città come moderna capitale europea.
Gli italiani non fecero eccezione. Al contrario, le impronte italiane a Sofia si possono scorgere nel cuore storico della città e ci riportano alle memorie di un Papa romano, di principesse italiane, di illustri diplomatici e di personalità che diffusero la cultura italiana in Bulgaria e viceversa. Costruttori, scalpellini, scultori e architetti impressero il proprio talento e il proprio lavoro in alcuni degli edifici più iconici di Sofia, eretti dalla fine del XIX secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Imprenditori, banche e compagnie assicurative intesserono intensi rapporti economici bulgaro-italiani nel periodo tra le due guerre. Nello stesso arco di tempo, nella capitale operavano due scuole italiane che contribuirono all’istruzione dei bambini bulgari.
Tutto ciò rivela il forte, seppur parzialmente dimenticato, legame storico tra l’Italia e la capitale bulgara, che cercheremo di rievocare nelle pagine seguenti. E non si può non cominciare da Vito Positano – un uomo il cui nome ha meritatamente dato il nome a una delle vie più centrali di Sofia.
Piazza dell’Assemblea Popolare alla fine degli anni ’20. Si può ammirare il monumento allo Zar Liberatore, opera dello scultore italiano Arnaldo Zocchi
Vito Positano – il difensore di Sofia
Vittorio (Vito) Positano nacque nel 1833 nei pressi di Bari. La sua carriera diplomatica ebbe inizio nel 1863 come funzionario consolare sull’isola di Corfù. Nel periodo fino al 1876 prestò servizio consecutivamente a Malta, Trieste, Algeri, Costantinopoli e Sulina. Nell’estate del 1876 fu nominato viceconsole a Sofia. Vi trascorse poco più di tre anni, ma le sue azioni furono sufficienti a farlo entrare per sempre nella storia della città.
Nei tempi bui della guerra russo-turca (1877–1878), alla vigilia della liberazione della città, il 4 gennaio 1878 (secondo il nuovo calendario), la futura capitale bulgara corse il grave rischio di essere data alle fiamme e devastata. Con l’avanzata del generale Gurko verso Sofia, il comando ottomano prese la decisione di ritirarsi. Poiché le ingenti quantità di farina e munizioni ammassate in città rischiavano di cadere nelle mani delle truppe russe, i turchi decisero di appiccare il fuoco ai viveri e alle provviste prima di abbandonare Sofia. Fu inoltre emanato l’ordine di evacuare la popolazione, il che avrebbe significato un numero enorme di vittime a causa del freddo e della fame. Fu Vito Positano a svolgere un ruolo chiave durante quei giorni di disordini: rimase in città, esortò gli altri consoli stranieri a fare lo stesso e difese con fermezza la popolazione bulgara.
In segno di gratitudine, già nei primissimi mesi dopo la Liberazione, una delle piazze di Sofia fu intitolata a Positano mentre egli era ancora viceconsole in città. Nel 1883 anche una via prese il nome del benemerito amico italiano del popolo bulgaro. Vito Positano lasciò Sofia nell’agosto del 1879 e le sue destinazioni successive furono Damasco e Yokohama, dove si spense nel 1886.
Nel novembre del 1878 fu nominato console generale a Sofia Domenico Brunenghi. Brunenghi presentò le sue lettere credenziali al principe Alessandro I alla fine di luglio del 1879; in questo modo l’Italia divenne uno dei primi dieci Paesi a stabilire relazioni diplomatiche con il Principato di Bulgaria. Tuttavia, le „ambasciatrici“ più importanti dell’Italia in Bulgaria sarebbero diventate Maria Luisa di Borbone-Parma e Giovanna di Savoia – le principesse italiane che divennero rispettivamente principessa e zarina (regina) di Bulgaria.
La targa commemorativa dedicata a Vito Positano nell’omonima via di Sofia
Maria Luisa e Giovanna – le principesse italiane della Bulgaria
Il profondo legame tra l’Italia e la Bulgaria fu coronato per ben due volte dalla celebrazione di matrimoni dinastici, che condussero a Sofia due principesse italiane. La prima fu Maria Luisa di Borbone-Parma (figlia di Roberto I di Borbone-Parma, duca di Parma e Piacenza), che nel 1893 sposò il principe Ferdinando I. Le nozze furono celebrate nella villa dei Borbone a Capezzano Pianore, in Toscana. Il suo arrivo nella giovane capitale portò raffinate tradizioni di corte occidentali e nobili iniziative benefiche. Maria Luisa possedeva una spiccata sensibilità artistica e un grande senso del gusto, ma viene ricordata soprattutto per la sua bontà e per la costante disposizione ad aiutare i bisognosi. Dal matrimonio con Ferdinando nacquero quattro figli: l’erede al trono Boris, Kiril, Evdokija e Nadežda. Tuttavia, solo poche ore dopo il parto dell’ultima figlia, la principessa si spense all’età di soli 29 anni, suscitando un profondo lutto nazionale.
Decenni più tardi, nel 1930, questo storico legame si rinnovò con il matrimonio tra la principessa Giovanna di Savoia (figlia di re Vittorio Emanuele III) e lo zar Boris III. Giovanna divenne la zarina (regina) Giovanna e la sua raffinata eleganza, unita a una profonda empatia verso i bisogni del popolo, consolidò il suo ruolo di figura tra le più amate della storia contemporanea bulgara. L’opera caritatevole della regina – con il cui fondamentale sostegno vennero edificati l’Ospedale dei Lavoratori a Sofia (oggi ISUL) e il sanatorio infantile per le malattie polmonari nei pressi della città di Tryavna – lasciò un’impronta duratura. Giovanna fu patrona di diversi orfanotrofi e fece spesso visita ai bambini indigenti portando loro doni.
Le prove più dure per Giovanna giunsero dopo la scomparsa del marito, lo zar Boris III, nel 1943 e con l’instaurazione del regime comunista al termine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946 la regina e i suoi figli furono costretti ad abbandonare la Bulgaria, definita da Giovanna nelle sue memorie come la sua „patria“.
Il matrimonio tra la principessa cattolica Giovanna e lo zar ortodosso Boris III fu celebrato il 25 ottobre 1930 ad Assisi, soltanto dopo la risoluzione delle delicate questioni religiose legate alle nozze miste. Un ruolo chiave nella mediazione tra lo zar bulgaro e Papa Pio XI fu svolto da monsignor Angelo Roncalli – il futuro Papa Giovanni XXIII – all’epoca visitatore apostolico a Sofia.
Monsignor Angelo Roncalli – il Papa „bulgaro“ Giovanni XXIII
Nel 1925 monsignor Angelo Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII) giunse a Sofia come visitatore apostolico, per poi diventare, nel 1931, delegato apostolico in Bulgaria, carica che ricoprì fino al 1934. Roncalli trascorse quasi dieci anni in Bulgaria, lasciando un’impronta indelebile e colma d’affetto nella memoria del popolo bulgaro.
Oltre a svolgere i suoi doveri ecclesiastici, Roncalli agì da diplomatico capacissimo: difese con fermezza le posizioni della Chiesa Cattolica, ma cercò sempre il dialogo, mostrandosi comprensivo verso il punto di vista altrui e adoperandosi per attenuare i contrasti. Queste sue qualità emersero con particolare evidenza nel corso dei complessi negoziati legati al matrimonio di re (zar) Boris III. Angelo Roncalli disse dello zar bulgaro che era «colto, ragionevole e di mite carattere, tale da suscitare nel cuore sentimenti di ammirazione e simpatia». Boris III, da parte sua, definiva il rappresentante pontificio «un amico italiano».
Fin dall’inizio del suo periodo bulgaro, Roncalli avviò una vasta attività caritatevole. Aprì mense per i profughi bulgari della Tracia e della Macedonia, sostenendo una popolazione in gran parte ortodossa. Dopo il devastante terremoto di Chirpan del 1928, trascorse la notte della seconda scossa insieme ai terremotati. Nelle settimane successive organizzò mense popolari per le vittime della catastrofe, guadagnandosi un profondo rispetto.
Anni dopo, nel suo primo messaggio pasquale, Papa Giovanni XXIII pronunciò queste parole emblematiche:
Amiamo ricordare con sempre viva affezione quella brava gente laboriosa, onesta e sincera, la loro bella capitale Sofia, che Ci riconduce all’antica Serdica dei primi secoli cristiani: e alle epoche nobili e gloriose della loro storia. Da molti anni ormai la visione di quel caro paese si è allontanata dai Nostri occhi: ma tutte quelle amabili conoscenze di persone e di famiglie restano vive nel Nostro cuore, e nella Nostra quotidiana preghiera.
Il monumento a Papa Giovanni XXIII a Sofia, opera dello scultore italiano Carlo Balljana
Le case di Sofia di monsignor Angelo Roncalli
Dopo essere giunto a Sofia il 25 aprile 1925, Angelo Roncalli alloggiò nella casa situata nel cortile della chiesa uniata (cattolica di rito orientale) della Dormizione di Maria in via Lulin (oggi via Lulin Planina). Al posto di quell’edificio fu successivamente eretta la sede dell’odierna Eparchia cattolica di Sofia San Giovanni XXIII.
Circa un anno dopo, Roncalli si trasferì al suo secondo indirizzo sofiano, in via Musala 2 (oggi via Angelo Roncalli), dove rimase fino al 1932.
Fu allora che, per sua iniziativa, venne acquistata l’ex residenza dell’imprenditore italiano Carlo Vaccaro, situata in via 11 Avgust 6. Quella dimora divenne l’ultima casa bulgara di Roncalli e la sede della Delegazione Apostolica in Bulgaria fino al 1950, anno in cui fu nazionalizzata dal regime comunista. Nel 1991 fu restituita, restaurata e oggi ospita la Nunziatura Apostolica in Bulgaria.
Ma Angelo Roncalli è legato anche a un altro edificio di Sofia: la sede dell’organizzazione Opera Italiana Pro Oriente, la cui prima pietra fu benedetta proprio da monsignor Roncalli nell’estate del 1925.
Opera Italiana Pro Oriente
L’organizzazione Opera Italiana Pro Oriente fu fondata dal cappellano militare Francesco Galloni, nato nei pressi di Vicenza. Nel 1916 ottenne l’autorizzazione a prestare servizio come cappellano militare nella Prima guerra mondiale e si unì al 5° Reggimento Alpini. Dimostrò più volte coraggio e abnegazione, esponendosi al fuoco nemico per sollevare il morale dei soldati, soccorrere i feriti o recuperare i corpi dei caduti. Per i suoi meriti fu insignito di tre medaglie al valor militare. Nel 1921 Francesco Galloni fu inviato dal governo italiano per la difficile missione di rintracciare le tombe dei prigionieri di guerra italiani deceduti in Bulgaria. Riguardo a quel periodo era solito dire:
Per un anno, andando di valle in valle, di paese in paese, sulle cime delle montagne e lungo le coste del mare, andai a cercare i sepolcri dei nostri militi ignoti. Là tutti mi aiutavano – le autorità, i pastori, i contadini, come se adempissero a un dovere verso il prossimo.
Così, nel tempo, prese forma la sua idea per l’organizzazione Opera Italiana Pro Oriente, volta a sviluppare la beneficenza e a rafforzare l’influenza culturale dell’Italia in Bulgaria. I fondi per le attività dell’Opera Italiana Pro Oriente e per la costruzione della sua sede a Sofia furono raccolti gradualmente attraverso diverse iniziative. Galloni si recava spesso in Italia e teneva una serie di conferenze dedicate alla Bulgaria e al suo popolo. A Roma, Milano, Brescia, Genova e Piacenza vennero organizzate mostre di prodotti bulgari – ricami, opere in ceramica e oggetti antichi. I fondi vennero raccolti anche attraverso le Feste del pane, organizzate da Galloni e sostenute da Mussolini nell’ambito della propaganda del regime fascista.
L’edificio costruito dell’Opera Italiana Pro Oriente comprendeva una scuola intitolata a Leonardo da Vinci, dove insegnavano docenti italiani e bulgari, una biblioteca, un salone, un convitto per studenti poveri e altri locali. Il monumentale palazzo situato in via Oborishte 5 fu un progetto congiunto dell’architetto italiano Rea e del suo collega bulgaro Nikola Zankov. Nel corso degli anni l’edificio è stato ristrutturato e il suo aspetto architettonico è stato notevolmente modificato, ma il sontuoso salone con soffitto in quercia in stile medievale – realizzato in Italia e donato dal Comune di Roma – si è conservato fino ai giorni nostri. La costruzione dell’edificio ebbe inizio nel 1925, mentre l’inaugurazione solenne si tenne il 15 settembre 1929. Per l’inaugurazione giunse una delegazione italiana, il cui programma includeva anche la deposizione di corone davanti al monumento del grande eroe bulgaro Vasil Levski – un monumento direttamente legato all’arte scalpellina italiana.
L’edificio dell’Opera Italiana Pro Oriente alla fine degli anni ’20 – pianta generale e dettaglio con l’ingresso principale
Il Monumento a Vasil Levski
Il Monumento a Vasil Levski si trova a circa 15 metri di distanza dal luogo in cui «uno dei nostri eroi più puri» (secondo le parole del principe bulgaro Ferdinando I) fu impiccato dalle autorità ottomane nel 1873. Vasil Levski è venerato come l’Apostolo della Libertà, ma la sua causa non fu soltanto la liberazione del popolo bulgaro, bensì la creazione di una repubblica bulgara democratica.
Poco dopo la Liberazione, il consiglio comunale cittadino mosse i primi passi per l’erezione di un monumento a Levski. Tuttavia, a causa di ristrettezze finanziarie, dalla proposta iniziale fino all’inaugurazione del monumento passarono ben 17 anni. Un ruolo chiave in questo periodo fu svolto dall’imprenditore e scalpellino italiano Abramo Peruchetti. Nel 1885 fu stipulato con lui un contratto per l’estrazione di granito dal villaggio di Boyana, ai piedi del monte Vitosha, nonché per la successiva produzione della parte in pietra del monumento. Il contratto aveva la durata di un anno, ma per il frequente scarseggiare dei fondi il lavoro di Peruchetti subì diverse interruzioni, protraendosi infine fino al 1890.
Lo scalpellino italiano realizzò un monumento composto da un prisma a quattro facce riccamente decorato, sormontato da un obelisco. Il monumento fu così definitivamente completato verso il 1892 e solennemente inaugurato nel 1895. A meno di dieci minuti di cammino da qui, immerso nel verde di uno dei giardini centrali di Sofia, si erge il Monumentо ai Dottori – un’altra opera legata a doppio filo alla maestria italiana.
Il monumento a Vasil Levski a Sofia
Il Monumentо ai Dottori
Il Monumentо ai Dottori commemora il personale sanitario caduto durante la guerra russo-turca del 1877–1878 ed è uno dei primi monumenti eretti a Sofia dopo la Liberazione. Alla fine del 1882 la sua costruzione fu affidata all’imprenditore italiano Luigi Farabosco. Entro la primavera del 1884 egli portò a termine tutti i lavori di muratura e scalpellatura, oltre a procurare dall’Italia le componenti in bronzo per le decorazioni.
Il monumento si presenta come una piramide tronca, edificata in in blocchi di pietra, sulla quale sono incisi i nomi di 528 sanitari caduti. Sulla sommità della piramide è collocato un sarcofago le cui quattro facce sono simbolicamente legate alle quattro celebri battaglie di Pleven, Plovdiv, del passo di Shipka e del villaggio di Mechka vicino a Ruse, che decisero l’esito della vittoria dell’Impero russo e la Liberazione della Bulgaria.
I già citati Abramo Peruchetti e Luigi Farabosco sono soltanto due dei tanti scalpellini e costruttori italiani che lavorarono a diverse opere a Sofia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, contribuendo all’erezione di edifici simbolici come il Palazzo Reale, il Teatro Nazionale e la Cattedrale Aleksandr Nevski. Purtroppo non tutti i loro nomi sono stati tramandati e documentati.
Ma non è questo il caso del maestro fiorentino Arnaldo Zocchi, il cui nome si può leggere su uno dei monumenti più maestosi di Sofia – il Monumento allo Zar Liberatore.
Il Monumentо ai Dottori a Sofia
Il Monumento allo Zar Liberatore
Nel 1900 fu indetto un concorso internazionale per la progettazione di un monumento in onore dell’imperatore russo Alessandro II, firmatario del manifesto di dichiarazione della guerra russo-turca del 1877–1878. Pervennero complessivamente 31 progetti provenienti da 13 Paesi diversi, cinque dei quali firmati da artisti italiani. La giuria fu presieduta dal principe bulgaro Ferdinando I e vide la partecipazione di illustri personalità, tra cui Ettore Ferrari dell’Accademia di Belle Arti di Roma.
Il modello vincitore recava il motto „Roma“ ed era opera di Arnaldo Zocchi – brillante scultore fiorentino nato in una famiglia d’arte e autore di monumenti a Roma, Genova, Bologna, Il Cairo, Buenos Aires, oltre che in diverse città bulgare. Zocchi infuse tutta la sua maestria in un’imponente opera alta 14 metri, che unisce un piedistallo in granito a una composizione in bronzo, coronata dalla statua equestre dell’imperatore russo.
La costruzione si protrasse tra il 1901 e il 1903, mentre la grandiosa inaugurazione si tenne il 30 agosto 1907. Tra gli ospiti vi fu lo stesso Arnaldo Zocchi, il quale firmò il basamento in bronzo della statua equestre con questa incisione: ARNALDO ZOCCHI ARTIFEX (Arnaldo Zocchi, Creatore). Oltre ai monumenti presentati, anche numerosi edifici situati lungo le vie centrali di Sofia recano la firma di architetti italiani.
Il monumento allo Zar Liberatore intorno al 1910 e oggi
Gli edifici della Legazione d’Italia
Lungo il viale Tzar Osvoboditel troviamo una delle coppie architettoniche più belle di Sofia: gli edifici adiacenti dell’Ambasciata d’Italia e dell’Ambasciata d’Austria. Un fatto curioso è che l’edificio italiano è stato in realtà progettato da un austriaco, mentre quello austriaco da un italiano. Non è un caso, infatti, che quest’ultima ricordi un piccolo palazzo veneziano. La ragione risale a uno dei momenti più singolari della storia delle relazioni internazionali italo-austriache: gli edifici furono scambiati dopo la Prima Guerra Mondiale.
La costruzione della vecchia Legazione d’Italia ebbe inizio nel 1906 su progetto di Enrico (Errico) Bovio, nato a Bari e formatosi a Napoli, autore anche delle sedi diplomatiche italiane ad Atene, Salonicco, Alessandria d’Egitto e Port Said. I lavori si protrassero fino al 1910; a un certo punto persino il principe bulgaro si interessò ai motivi del ritardo, sottolineando come il palazzo italiano fosse importante per il per l’abbellimento della città.
Soltanto cinque anni dopo, la Bulgaria e l’Italia si trovarono su fronti opposti nella Prima Guerra Mondiale e l’edificio rimase vuoto. Con il rientro della rappresentanza italiana nell’autunno del 1918, il 14 novembre un distaccamento italiano occupò la vecchia legazione austro-ungarica, sgomberata dopo la resa dell’impero. Nel 1922 l’Italia concesse gran parte del suo vecchio edificio all’Austria e lo scambio ufficiale tra i due immobili fu perfezionato il 14 febbraio 1925, ponendo il sigillo finale a una singolare vicenda della diplomazia italiana all’estero.
Oltre a Enrico Bovio, a Sofia lavorò anche l’architetto fiorentino Mariano Pernigoni.
L’architetto Mariano Pernigoni a Sofia
L’architetto Pernigoni ha lasciato un’impronta ancora più profonda in un’altra città bulgara, Plovdiv, dove visse fino alla fine dei suoi giorni. A Sofia progettò un edificio di tre piani per E. Tadger in via Knyaz Aleksandăr I, eretto negli anni 1897–1898. Successivamente l’immobile divenne la sede della Banca di Credito (Kreditna banka) e fu sopraelevato di due piani. I primi tre piani firmati da Pernigoni sono particolarmente pregevoli per la combinazione di finestre dalle forme svariate: rettangolari e ad arco, singole, bifore e trifore. Le facciate presentano un’impronta prevalentemente neoclassica con balaustre e timpani triangolari, mentre le bifore e le trifore – elementi tipici dell’architettura medievale e poi rinascimentale – conferiscono all’edificio una personalità del tutto singolare.
A breve distanza dall’opera di Pernigoni si trova un altro edificio legato all’Italia: la sede della Banca Commerciale Italiana e Bulgara, uno dei simboli storici delle relazioni commerciali tra i due Paesi.
L’edificio Tajer, in seguito sede della Credit Bank, progettato da Mariano Pernigoni
Relazioni commerciali italo-bulgare
La Banca Commerciale Italiana e Bulgara (Bulcomit) fu fondata nel 1919 dalla Banca Commerciale Italiana di Milano e rimase attiva fino alla nazionalizzazione degli istituti di credito privati nel 1948. La banca svolse un ruolo di primo piano nella modernizzazione economica della Bulgaria tra le due guerre mondiali, garantendo l’afflusso di capitali verso imprese industriali e progetti infrastrutturali. Il suo obiettivo primario era facilitare l’import-export tra la Bulgaria e l’Italia. Oltre alla sede centrale di Sofia, situata in via Lege 2 – una delle arterie commerciali più importanti della vecchia capitale –, l’istituto contava filiali a Varna, Burgas e Plovdiv.
L’edificio della Banca Commerciale Italiana e Bulgara
Alcuni membri del consiglio di amministrazione della banca parteciparono anche alla gestione della Camera di Commercio Italiana per la Bulgaria, fondata nel 1922. Quest’ultima svolse un ruolo chiave nel rafforzamento dei legami commerciali italo-bulgari, occupandosi della diffusione di cataloghi di prodotti e aziende delle due nazioni, dell’intermediazione negli accordi commerciali tra partner italiani e bulgari, nonché della consulenza in materia di trasporti e tariffe doganali.
La Camera pubblicava inoltre un bollettino annuale (Bollettino della Camera di Commercio Italiana per la Bulgaria), redatto prevalentemente in lingua italiana, contenente articoli sulla situazione economica della Bulgaria, notizie utili e inserzioni aziendali. Nel corso degli anni, all’interno degli organi direttivi della Camera figurarono illustri imprenditori italiani e bulgari, tra cui il già citato Carlo Vaccaro (importante commerciante di tabacco, importatore di macchine agricole, proprietario immobiliare e promotore della costruzione di due sale cinematografiche in Bulgaria – a Sofia e Plovdiv), Pietro Meinardi, Ivan T. Balabanov, Yanko Bakardzhiev e altri. Tra i soci spiccavano i nomi di storiche aziende bulgare come Georgi Stefanov i Sinove, Avram Chalyovski, Bratya Kanazirevi. Da parte italiana parteciparono organizzazioni e imprese del calibro della Confederazione Generale dell’Industria Italiana di Roma, Banco di Roma, Ansaldo S.A. di Genova, Fr. Cinzano & Co. S.A. e Fiat S.A. di Torino, Stabilimento di Dalmine e altre ancora.
Fu così che l’Italia si affermò come uno dei principali partner commerciali della Bulgaria nel periodo interbellico. Nel 1920 conquistò addirittura il primo posto sia per volume di importazioni sia di esportazioni. Nel 1930 si posizionò al secondo posto per le importazioni e al terzo per le esportazioni. Nel 1940 occupò la seconda posizione per entrambi gli indicatori, pur rimanendo molto indietro rispetto alla Germania, prima in classifica. Alla fine degli anni ’30, le importazioni italiane verso la Bulgaria erano costituite principalmente da prodotti tessili (filati di lana e cotone), prodotti chimici (solfato di rame, vernici e colori), macchinari (trattori) e manufatti metallici, oltre a quote minori di agrumi e olio d’oliva. Al contrario, le esportazioni bulgare verso l’Italia comprendevano prevalentemente prodotti agricoli, tra cui spiccano i cereali (grano e mais), il tabacco, il bestiame vivo e i prodotti di origine animale (uova), insieme agli oli vegetali.
Annuncio pubblicitario dell’azienda Montecatini nel bollettino della Camera di Commercio Italiana per la Bulgaria del 1937
Un ruolo attivo nella vita economica del Paese fu svolto anche da due celebri compagnie di assicurazione triestine: la Riunione Adriatica di Sicurtà e le Assicurazioni Generali. Oltre ai servizi offerti, le due società contribuirono in modo significativo alla definizione del profilo architettonico della capitale bulgara.
La Riunione Adriatica di Sicurtà si associò con la compagnia sofiana Bălgarski Feniks (Fenice Bulgara) e la società italiana decise di erigere una nuova sede per entrambe le istituzioni. Nel periodo tra il 1925 e il 1927 fu così innalzato l’imponente palazzo Bălgarski Feniks lungo il viale Dondukov (oggi sede dell’Agenzia per l’Occupazione). Nell’anno in cui l’edificio fu completato, la Riunione Adriatica di Sicurtà divenne azionista di maggioranza della compagnia bulgara. Per l’epoca si trattava di uno degli edifici più alti di Sofia, coronato in modo del tutto originale da una copertura a cupola (distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale) e da una statua in bronzo dorato raffigurante una fenice (rimossa per motivi ideologici nel dopoguerra).
Analoga è la storia di un altro edificio emblematico del centro cittadino: la sede delle Assicurazioni Generali e della compagnia assicurativa bulgara Vitosha, le quali detenevano ciascuna il 50% dell’immobile situato in via Moskovska 5, edificato tra il 1938 e il 1941. L’imponente edificio a più piani è uno degli esempi dell’architettura del modernismo a Sofia e si distingue per la sua caratteristica curvatura e la disposizione ritmica delle finestre rettangolari sulla facciata, sebbene recchi anch’essa i segni del tempo.
Così, le impronte italiane nella capitale bulgara comprendono importanti opere scultoree ed edifici di rilievo in diversi stili architettonici; i ricordi di benemeriti diplomatici e principesse italiane; le dimore sofiesi di un papa romano; l’attività di vari imprenditori e investitori, istituzioni bancarie e assicurative; il ruolo educativo dell’Opera Italiana pro Oriente e della scuola reale italiana „Alessandro Manzoni“. E queste non sono tutte le storie italiane a Sofia – alcune sono ancora non raccontate, mentre altre devono ancora essere scritte, perché Sofia è una città ospitale per i suoi amici italiani, che vengono qui e contribuiscono al suo sviluppo.
Gli autori dell’articolo sono Zdravko Petrov e Giulio Andreucci. Giulio è uno studente italiano che ha svolto un tirocinio presso Historical Routes Sofia – grazie, Giulio! Scopri i suoi cinque storie preferiti sul passato di Sofia nel video seguente.
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20.08.2026



















